Per la dolce memoria di quel giorno

Petrarca e la musica tra Cinque e Seicento

 

(musiche di Jacob Arcadelt, Cipriano de Rore, Jacques de Wert, Luca Marenzio, Claudio Monteverdi, Marco da Gagliano, Giovanni Gabrieli, Sigismondo d’India)

 

L’HOMME ARME’

direzione

 Fabio Lombardo

 

 

Pochi poeti italiani possono vantare come Francesco Petrarca un rapporto così lungo e intenso con la musica di tradizione colta: quasi sei secoli durante i quali le sue poesie hanno incontrato compositori italiani ed europei che ne hanno subito il fascino indiscusso….. Di questo intenso rapporto il programma di stasera prende un piccolo scorcio particolarmente significativo, cronologicamente compreso tra il secondo quarto del cinquecento ed il primo del seicento, un periodo che potremmo definire il secolo del madrigale (anche se la sua seconda metà ha visto il travaglio della nascita dell’opera).

L’invenzione del madrigale (dal titolo di un libro di Iain Fenlon e James Haar) ha cambiato il modo di leggere la poesia: dal vecchio modo di leggere la canzone che ne evidenziava la struttura formale piuttosto che il flusso logico si è passati ad da un nuovo modo di leggere la poesia creato e diffuso grazie anche alle “Prose della volgar lingua” del cardinale Pietro Bembo (1525) esaltando la funzione “espressiva” di ritmo e sonorità rispetto alla struttura “formale” esteriore.

E come testimonianza della diffusione europea di questa tendenza potremmo citale le parole di Thomas Morley, uno dei compositore inglesi che, sul finire del ‘500 è stato maggiormente contagiato dalla ‘moda’ europea del madrigale:

 “Non v’è vanità alcuna che non sia stata coltivata nella musica leggera [ossia profana] dei giorni nostri, ma il genere migliore di questa musica è detto ‘madrigale’, parola di etimologia a me ignota [tuttora molto oscura]. L’uso corrente dimostra però che si tratta di un tipo di musica fatta su canzoni e sonetti come quelli del Petrarca e di molti altri poeti dei nostri tempi che in tal genere di poesia eccellono. Per quanto concerne poi la musica del madrigale, esso è, dopo il mottetto, il genere più artificioso, e per gli uomini di fine intendimento il più dilettevole. Così, se vorrete comporre in questo genere di musica dovrete essere posseduto da un umore amoroso e dovrete andar variando come fa il vento, talvolta bizzarri e capricciosi, talaltra abbattuti e depressi, talvolta gravi e posati, talaltra effeminati.”

L’accostamento, talvolta brusco, di brani stilisticamente diversi (in quanto appartenenti a momenti differenti dello sviluppo del madrigale), potrà mostrare meglio il diverso approccio poetico, le varie concezioni estetiche, i diversi strumenti interpretativi di cui disponevano i loro autori. In tutti i casi possiamo parlare di ‘imitazione delle parole’, ma questo concetto, che è il più usato a proposito del madrigale, viene inteso dagli autori in modi differenti. Imitazione è la riproduzione delle qualità fisiche della parola quali la sonorità, il ritmo. Ma imitazione è anche ‘imitarne’ il contenuto: questo porta all’uso di una serie di figure musicali ormai universalmente chiamati ‘madrigalismi’, in cui il compositore imita con il movimento melodico, o con il colore armonico, o con il contrasto delle tessiture vocali (con attributi grafici della notazione musicale)  particolari significati del testo. Ma imitazione delle parole è riprodurne anche  gli affetti, altro concetto chiave dell’estetica del tempo, un aspetto che va all’anima della parola (“il corpo della musica son le note, e le parole son l’anima”, Marc’Antonio Mazzone 1569).

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