21Settembre2025
21,15
Cenacolo del Fuligno, Via Faenza 40, Firenze
FloReMus – CONCERTO SERALE: Soloindue/Giovanna Baviera
Il “cantar alla viola” dal Rinascimento a oggi
Giovanna Baviera, voce e viola da gamba
Biglietto intero € 18
Due persone insieme € 30
Ridotto per giovani sotto i 30 anni € 12
Capienza limitata a 100 posti. Si consiglia la prenotazione
Le prenotazioni saranno tenute fino a 15 minuti prima dell’inizio del concerto
Il cantar alla viola – l’accompagnamento del proprio canto sulla viola da gamba – era considerato una delle pratiche artistiche più raffinate della cultura rinascimentale. Nel Libro del Cortegiano (1528) Baldassare Castiglione elogia l’arte del cantare accompagnandosi perché, concentrandosi da ascoltatore su un singolo musicista e sulla sua voce, si può provare una chiarezza e una schiettezza di espressione musicale completamente diversa da quella prodotta da un ensemble più numeroso.
Soloindue è un omaggio a quest’arte. Per la maggior parte, le opere eseguite sono intavolature o rielaborazioni di brani polifonici per viola e voce. Ad essi si aggiungono due brani contemporanei, Three poems by Tarquinia Molza di Simon MacHale e Such dimmest light as never di Eva Reiter, opere composte appositamente per questo programma.
La pratica del cantar alla viola, inteso come rielaborazione di un brano a tre o più voci per viola da gamba e voce, viene descritta nel 1542 da Sylvestro Ganassi come l’arte di creare un'”illusione” di polifonia per uno strumento che di per sé non è perfettamente polifonico, come un liuto o uno strumento a tastiera. L’intavolatura efficace sulla viola secondo Ganassi non è quella che cerca di ricreare il brano polifonico così come è stato scritto, ma quella che favorisce i punti di forza specifici della viola (la sua natura melodica, ad esempio) con grande effetto, anche se ciò significa sacrificare una parte delle voci originali.
Le chansons a quattro sono state intavolate secondo questo principio, rielaborando il brano originale in modo da tracciarne i contorni e da favorire la trasmissione del testo e delle linee melodiche. Poiché la natura di questi brani è molto diversa, sono stati tutti arrangiati in modo leggermente diverso: lo straziante lamento di Arcadelt sulla morte di Adone “Laisses la verde couleur” inizia come una marcia funebre, nella quale si vanno lentamente aggiungendo voci in modo da creare l’effetto di una compagnia di lutto; invece, in “Les yeux qui me sceurent prendre” la viola salta da una voce all’altra, per trasmettere le sincopi che danno al brano il suo carattere vivace e spensierato. Nel brano di successo di Pierre Sandrin “Doulce mémoire” le dolci dissonanze e le linee melodiche malinconiche hanno la priorità rispetto alla fedeltà alla struttura polifonica a quattro parti.
Estendendo il principio centrale ganassiano – secondo cui la rielaborazione efficace per voce e viola è quella che piega la polifonia al servizio delle caratteristiche dello strumento e dell’espressione del testo cantato – si può applicare a del repertorio più tardo. Così “Queste lagrime amare” e “Alla porta d’oriente” di Giulio Caccini, opere tratte dalle sue “Nuove Musiche” del 1602, sono interpretazioni della scrittura per voce sola e basso continuo, realizzato solitamente su uno strumento a tastiera o una tiorba. In questi brani, il basso figurato viene interpretato in vari modi: a volte la viola imita un chitarrone arpeggiato, altre volte il continuo viene ridotto ad una voce per sostenere la linea melodica, altre volte ancora il basso viene pizzicato ritmicamente per trasmettere la ritmicità del brano, per dare risalto al canto struggente di un’amante affranto in “Queste lagrime amare” o il risveglio dell’alba e la speranza in “Alla porta d’oriente”.
La compositrice e interprete Eva Reiter, anch’essa gambista, commenta così il suo brano Such dimmest light as never (2021): “Such Dimmest Light As Never è dedicato ai sogni. Ci immergiamo in quel mondo di esperienze che sfugge al corpo/mente tangibile e che si colloca tra la visione e la realtà, tra il sonno e la coscienza di veglia. Il testo cantato è tratto dal libro di prosa Worstward Ho di Samuel Beckett del 1983 e apre un mondo di immaginazione, uno spazio apparentemente illimitato in cui si trova tutto ciò che viene ricordato, sognato e sfumato”.
I brani di Simon MacHale “Three poems by Tarquinia Molza” sono basati su testi della figura affascinante benchè poco conosciuta di Tarquinia Molza, che fu, oltre che poeta, una virtuosa del cantare accompagnandosi su vari strumenti, inclusa la viola da gamba.
I brani del violista e compositore Tobias Hume sono tratti dalla sua raccolta del 1605 “The First part of Ayres, French, Pollish and Others”, presumibilmente composta almeno in parte durante la sua carriera da mercenario e ufficiale nell’esercito svedese e russo. Lo stile “lyra-viol”, tratto tipico di Hume e dei violisti inglesi della sua epoca, è caratterizzato da una ricchezza di arpeggi che dà libero sfogo alla risonanza dello strumento. La gagliarda (opportunamente intitolata “Souldier’s galliard”, la gagliarda del soldato) e la pavana, così come i due brani cantati “What greater griefe” e “Fain would I change that note” colgono due elementi che si contrappongono spesso all’interno dell’opera di Hume: malinconia profonda e giovialità sfrontata.

