FloReMus – CONVERSAZIONE: L’effimero sostanziale

07Settembre2024

18

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Biblioteca delle Oblate, Via dell'Oriuolo 24, Firenze

FloReMus – CONVERSAZIONE: L’effimero sostanziale

Trionfi di zucchero, credenze di mostra e piegature di tovaglioli nel banchetto rinascimentale e barocco. Cucina è società cortigiana fra ‘500 e ‘600

a cura di Luca Priori

Ingresso libero

«Cosi a punto il banchetto ch’io facevo era tutto ombra, sogno, chimera, fittione, mettafora, e allegoria.»
In questa celebre frase di Cristoforo Messi Sbugo (provveditore ducale alla corte estense di Ercole II dal 1539), contenuta nel suo trattato Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio generale, edito nel 1549 ad un anno dalla morte, si ravvisa pienamente l’importanza assunta dagli allestimenti dei banchetti cortigiani in epoca rinascimentale. A livello di pratiche gastronomiche, di predisposizione delle vivande e delle sale, la magnificente epopea cucinistica italiana del Cinquecento, impregnata come non mai di significati politici e sociali collegati all’atto del convivio, fece scuola in tutta Europa.
Un banchetto ben riuscito era un mezzo attraverso il quale poter garantire alla propria famiglia prolifici accordi economici o dinastici, con esso ci si assicurava anche il consenso del clero. Nel ‘500, in Europa, si “copiavano” lo stile estense e gonzaghesco dello stare a tavola ed anche lo sfarzo dei convivi della Roma papale. Magnificentia et splendor erano le parole d’ordine, meraviglia ed artificio dovevano rendere contezza della rispettabilità e dell’autorità del signore di turno.
Ecco quindi comparire nella sale dei banchetti le strabilianti credenze di mostra. Sopra di esse, dopo essere state rivestite con tessuti pregiati, venivano esposti i vari orpelli della casata: ori, maioliche, ceramiche, argenterie, lapislazzuli, vasi intarsiati e ricolmi di gemme preziose, cristalli. Al contempo i convitati potevano ammirare alcune candide ed eteree costruzioni di zucchero, i trionfi, assolutamente centrali nella concezione estetica del tempo, posizionati sui tavoli dove consumavano il pasto. Qui figure mitologiche, classicheggianti o animalesche facevano bella mostra di sé, in un tripudio visivo senza pari. Ed anche l’arte della piegatura di tovaglioli, con il suo caratteristico gioco di pieghe, ombre e luci, concorreva alla realizzazione di quella sorta di teatro totale che era il banchetto rinascimentale italiano. I bianchissimi lini, inamidati e modellati in mille fogge, venivano esposti sui tavoli prima dell’arrivo delle pietanze: animali, statue, navi, vascelli, foglie e mille altre creazioni erano i protagonisti.
La ricercata ostentazione degli allestimenti dei banchetti, alcune tipologie di cibo e le modalità con le quali le vivande venivano presentate sui deschi, il tutto condito con ben precise norme collegate all’etichetta, furono gli artefici diretti di questa sorta di glorificazione del bello. Un bello transitorio ma al contempo sostanziale (le sorti d’Europa si sono spesso decise a tavola). Il banchetto rinascimentale, seppur forma d’arte assolutamente effimera, era letteralmente una «tavola da guardare», ma anche un enorme investimento economico dell’anfitrione a cui doveva corrispondere un adeguato riscontro a livello di quel prestigio e di quella potenza che si volevano mostrare e dimostrare.

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