FloReMus – CONCERTO SERALE: Ensemble La fonte musica/Enigma Fortuna

08Settembre2022

21,15

Prenota

Museo di San Marco, Biblioteca di Michelozzo, Firenze

FloReMus – CONCERTO SERALE: Ensemble La fonte musica/Enigma Fortuna

Musica sacra e profana di Antonio Zacara da Teramo, un maestro dell’Umanesimo italiano

La fonte musica
Alena Dantcheva, Francesca Cassinari, soprani
Gianluca Ferrarini, Massimo Altieri, tenori
Efix Puleo, Teodoro Baù, vielle da gamba
Federica Bianchi, clavicymbalum 

Michele Pasotti, liuto e direzione

Biglietti interi € 15
Due persone insieme € 25
Ridotto € 8 (studenti di scuole di musica e conservatori, giovani fino a 30 anni, adulti sopra i 65 anni)

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Programma
Antonio Zacara da Teramo  Je suy navrés/Gnaff’a le guagnele
(ca. 1360/1416?)                     Sumite Karissimi

 Anonymous (Faenza117) Senza Titolo (instrumental)
Antonio Zacara da Teramo Movit’a Pietade
Anonymous (Faenza117) Viver ne puis (instrumental)
Antonio Zacara da Teramo Ad Ogne vento
                                                 Nel cucul io te sconiuro
                                                 Ciaramella

Antonio Zacara da Teramo /Anonymous Nostra Avocata
                                                                           Credo III

Anonymous (Faenza117) Ave Maris Stella (instrumental)
Antonio Zacara da Teramo Gloria  Ad Ongni Vento
                                                               Credo  du Vilage
Anonymous (Faenza117) Benedicamus Domino (instrumental)
Antonio Zacara da Teramo Gloria I
                                                  Credo II 

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Antonio Zachara da Teramo (ca. 1360/1416?) è, insieme a Johannes Ciconia e Matteo da Perugia, uno dei musicisti eminenti della tarda Ars Nova italiana. La sua musica,  caratterizzata da una varietà di stili, registri e forme più ampia possibile, ebbe una vasta diffusione e fu copiata anche in luoghi molto lontani dalla sua origine (Polonia, Inghilterra). 
La persona e la personalità di Zacara sono eccezionali. Pur essendo segnato da una disabilità che gli lasciava meno di dieci dita tra mani e piedi e da una statura molto minuta (forse la ragione del soprannome ‘Zacara’), nel 1390 è descritto come ‘optimo perito et famoso cantore, scriptore et miniatore’. Fu cantore nella cappella papale e lavorò a Santo Spirito in Sassia. Nel 1463, cinquant’anni dopo la sua morte, “le sue composizioni erano considerate oracoli” (da cui il titolo del nostro programma) e nel XVIII secolo è ancora conosciuto come un “compositore di grande successo e uno scriba elegante”.  L’influenza e il carattere innovativo della musica di Zacara si possono misurare soprattutto nelle sue parti di messa. I suoi Gloria e Credo (non sopravvivono, come tipico di quest’epoca, intonazioni polifoniche di altre parti di messa) sono generalmente di dimensioni maggiori di quelli dei suoi contemporanei, utilizzano l’imitazione in maniera estensiva, hanno ampie sezioni omoritmiche, sono contaminati talvolta da ritmi di sapore popolare e in molti casi sono costruiti con la tecnica della parodia, su cui ritorneremo. L’uso frequente delle terze, anche in combinazione con le seste, e alcune forme ripetitive (come nel Credo II) fanno pensare a un contatto o un influsso inglese e comunque anticipatore delle nuove tendenze della musica europea.  Il Credo II, tra le composizioni più celebri del maestro teramano, con i suoi bordoni alternati ai passaggi a due voci sole, e le molte ripetizioni resta nelle orecchie in tutta la sua potenza. Questo brano raggiunse persino la lontana Polonia, dove sono conservate infatti le migliori fonti, intorno agli anni venti del Quattrocento. Anche il Credo III è tramandato in diverse fonti. Una di queste, il codice α 5.24 della Biblioteca Estense di Modena, ha la parte del cantus ornata da bellissime diminuzioni. E’ un documento straordinario della pratica della diminuzione nel repertorio sacro dell’inizio del Quindicesimo secolo. Non si tratta dell’aggiunta di qualche nota, ma di una riforma radicale della linea del canto, che acquista varietà, grazia e vaghezza – requisiti costanti dell’arte della diminuzione – e avvicina il canto sacro alla più belle, flessuose melodie del repertorio profano.
Il suo lascito di parti di messa e di ballate è ugualmente importante e ricco. Per quanto riguarda il repertorio profano, Movit’a pietade, ballata tramandata dal codice Squarcialupi conservato a Firenze, illumina uno degli aspetti di questo maestro dai molti volti. E’ quello classico dell’amore infelice, intonato da melodie malinconiche e sinuose, in una sapiente miscela dolce-amara che Zacara condivide con i suoi contemporanei.  Invece la fortuna e gli enigmi, il modo in cui sono messi in musica, sono propri del maestro teramano. L’intero corpus delle sue ballate è stato descritto da Francesco Zimei come “Variazioni sul tema della Fortuna”. Variano infatti i modi in cui Zacara si riferisce alla dea bendata: dalla diretta e violenta accusa con riferimenti alla sua biografia, alle lacrime che non riescono a far voltare la sua ruota, fino all’autoironica Deducto sey – qui anche nella diminuzione strumentale anonima che si trova nel codice di Faenza – una satira sulla sua incapacità di cogliere la buona fortuna.  Le sue ballate sono molto diverse per tono e stile, ma molte contengono riferimenti autobiografici. E’ questo un tratto decisamente eccentrico e non comune al suo tempo. Le vicende biografiche sono però spesso cifrate in enigmi, allegorie, giochi di parole, idiomi arcani (da vari dialetti al francese maccheronico, al latino colto).  Antonio è stato descritto come una “personalità eccentrica che amava giocare con numeri e parole”. Un simile ritratto potrebbe far pensare a un autore dominato da una dimensione speculativa. Al contrario in Zacara sembra vincere un puro gusto per il gioco, per la musica come gioco, e non di rado una certa gaiezza tinge i suoi enigmi di colori quasi popolareschi. Esempi ne sono Nel Cucul io te sconiuro e la celebre Ciaramella, me dolçe Ciaramella, in cui Zacara si serve di enigmi per dipingere una scena erotica molto esplicita, intonata da una musica di grande vitalità. Ricorrenti sono anche gli enigmi che si servono di numeri. 
Lontano dal sapore rustico di questi brani sta Sumite Karissimi, il capolavoro dell’enigmistica zacariana. Questa ballade su testo latino è la summa del suo sperimentalismo. Il testo è costituito da istruzioni per la risoluzione di un indovinello: “Prendete o carissimi padri la testa di Remulo e cantate, o fratelli musici, la testa di un console…”. Seguono ventri di vacca, teste di pecora e piedi di leone, dove naturalmente testa, ventre e piedi stanno per l’inizio, il centro e la fine di una parola. Raccolti tutti questi frammenti si compone la parola Recomendatione (omaggio) e si rivela l’intento del pezzo: un omaggio di Zacara ai suoi fratelli musici, probabilmente quelli della cappella papale, tra i pochissimi a poter decifrare una scrittura musicale di tale complessità. Sumite è forse il brano più sperimentale, audace, ritmicamente complicato di tutto il repertorio arsnovistico, con poliritmie che non torneranno se non nelle avanguardie del ventesimo secolo: un inno alla fantasia, alla sottigliezza, al gioco, alla raffinatezza, e al fare musica insieme in cui tutte le parti, molte diverse tra loro, concorrono a un risultato comune di stupefacente e sempre viva bellezza. 
Alla fine di questo percorso gli oracoli di Zacara parlano di una compenetrazione tra le sfere sacra e profana: interpolazioni, citazioni, parodie attraverso le quali il fascino delle melodie delle ballate profane veste le grandi architetture e i ricchi significati dei testi liturgici creando una nuova e originale musica sacra, fluida ed elegante come una canzone, alta, profonda e potente come una preghiera. 

Michele Pasotti

 

 

 

 

 

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